Breve storia di Pinuccio De Michele il calciatore neroverde che fu vento

  • 15 febbraio 2020
  • Mario Sicolo

Giuseppe De Michele per tutti Pinuccio era vento. Uno sberleffo fugace all'affannato terzino avverso, che se lo perdeva dopo la finta inebriante e la corsa fulminante sul fondo. Era un'ala destra, ruolo destinato a voli fantastici e prodigiosi. Colonna del Bitonto che artigliò la IV Serie a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta, forniva preziosi assist agli attaccanti tonitruanti dell'epoca. Di lui, mi parlò, commosso di gratitudine per i gol segnati, il grande Franco Chimenti, poi re della Sambenedettese in serie B. I loro figli maggiori, Guglielmo, altro inafferrabile talento (fratello dell'altro terribile puntero Antonio), e Antonio, che sarà portiere della Juventus, erano coetanei.

E proprio i bianconeri pare che si fossero interessati al caracollante Pinuccio, ma come per tanti figli estrosi della nostra terra e di quegli anni difficili, non se ne fece nulla. Eppure, gli spalti grigi del Comunale- che era ancora un fazzoletto di terra riarsa- si coloravano dei sogni e delle passioni dei bitontini che lo assiepavano gioiosi il dì di festa.

De Michele era un enfant du pays, come tanti - penso a Giovanni Di Mundo, Alberto Perrini, Antonio Sblendorio e Mario Licinio, apripista per tanti virgulti che esordiranno nel quarto campionato nazionale per merito e non per una norma - che innervavano quella formazione che tutti ricordano a memoria ancora oggi. Pinuccio, che per l'andatura basculante veniva soprannominato "Pinguino", come capita ai pedatori sudamericani eccelsi, aveva sangue neroverde nelle vene e, dopo aver illustrato anche alcuni centri viciniori con la sua classe, fu anche allenatore maestro e lanciò tanti ragazzi di belle speranze. Negli ultimi tempi, una brutta malattia ne aveva minato la solidità di atleta, che con un filo di voce ancora narrava gesta epiche. Ed era struggente vedere il compagno d'un tempo Tonino chinarsi verso Pinuccio e abbracciarlo con fraterno affetto.

Da quando nell’autunno del 2017 la morte crudele rapì questo trasvolatore sublime di campi di calcio, ogni domenica un soffio di vento come il respiro di un'ala carezza i fili d'erba sull’erta di via Megra e racconta storie scritte nel cuore di tutti i tifosi neroverdi.


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