Ode al primo calciatore bitontino, il leoncello ignoto

  • 22 febbraio 2020
  • Mario Sicolo

In principio, fu lui. E non si accettano discussioni. La fronte spaziosa, il capello corto e appena scompigliato, lo sguardo rivolto ad un punto lontano, laggiù, sospeso forse sul filo dell'orizzonte, dove vanno a dormire i sogni bambini, i baffetti un poco sparvieri, un sorrisino che somiglia ad un ghigno fiero. 

La maglia non può non essere che a strisce larghe neroverdi- sì, i nostri colori, quelli dello stemma della città, il verde delle foglie d'ulivo e il nero della notte oppure dei corvi che ricordano le dominazioni da cui ci riscattammo - la maniche arrotolate sull'avambraccio, le mani sui fianchi come di chi ha chiuso la piratesca pugna. L'avventura tutta immaginifica nomata calcio, senza numeri sulla schiena e senza traversa fra i legni davvero legni e nessun campionato da giocare se non quello del cuore. 

Ancora. I pantaloncini scuri e i calzettoni vezzosamente bicromi - saranno cavigliere già state bianche? - infine scarpini sbreccati ovunque e rassicurati al piede con lacci suppletivi bianchi, la polvere della terra riarsa - del campo della Gùglie? - nobilita la tomaia impolverata. 

È lui: il leoncello ignoto. Il primo pedatore. Il numero uno. Colui che inseguendo una ritondo cuoio come fanno gli indovini con una sfera di cristallo un secolo fa ha indicato la strada su cui stanno marciando oggi col passo fiero degli eroi Kikko Patierno. 

Ecco, siate tutti all'altezza dell'olimpico progenitore, il numero uno, il leoncello ignoto...


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